C’è un momento, nella carriera di certi volti televisivi, in cui capisci che non è solo talento o fortuna. È una spinta più profonda, quasi una voce interna che dice: “Devi meritartelo”. Nel caso di Milo Infante, quella voce sembra avere il timbro severo di suo padre Massimo, giornalista ricordato da chi lo ha conosciuto come una presenza austera, a fine carriera, poco incline ai sorrisi e spesso “incazzato nero”.
Gli inizi: quando la gavetta aveva il sapore della provincia
La storia parte lontano dai grandi studi romani. Nel 1988 Milo muove i primi passi a Telenova, un contesto dove impari in fretta perché non puoi nasconderti dietro la macchina organizzativa dei grandi network. Qui la tv è artigianato: scalette riscritte all’ultimo, telefonate in diretta, notizie da verificare con pochi mezzi ma con molta attenzione.
Negli anni successivi la sua traiettoria si consolida nelle emittenti lombarde:
- collaborazione con Telelombardia, fino a diventare vicedirettore dal 1998
- passaggio ad Antenna 3, dove nel 2001 arriva il ruolo di direttore responsabile
- conduzioni che lo allenano sul terreno più difficile, l’attualità in tempo reale, con format come Buoni e cattivi, Iceberg, Orario continuato, Silenzio stampa e Spazio Disponibile
E qui arriva un dettaglio che dice molto del suo modo di intendere la carriera: una prima proposta Rai, prima del 2003, per affiancare Monica Leofreddi in L’Italia sul 2 viene rifiutata. Non per paura, ma per lealtà verso l’editore di Antenna 3. Una scelta che suona quasi “da scuola paterna”, disciplina e coerenza prima di tutto.
L’approdo in Rai: il daytime che costruisce una popolarità solida
Nel 2003 l’ingresso in Rai segna la svolta. Infante diventa un volto riconoscibile grazie a L’Italia sul 2, programma che, tra diverse edizioni e ritorni, lo tiene al centro del daytime di Rai 2 per molti anni. È quel tipo di visibilità che non esplode in un attimo, ma si deposita lentamente nelle abitudini del pubblico.
Attorno a quel nucleo arrivano altri progetti che lo definiscono come conduttore di talk show e attualità:
- Dieci minuti (2005)
- Wild West (2006)
- L’Italia sul 2 Giovani (2007)
- Insieme sul Due (2008-2009)
- Pomeriggio sul 2 (2010-2011)
In parallelo, partecipazioni a eventi e programmi speciali, come Telethon per diversi anni, gli danno un profilo “da rete”, riconoscibile e affidabile.
Dalle storie di vita alle inchieste: la virata che lo identifica
Dal 2014 in poi, il baricentro si sposta: meno contenitori generalisti, più attenzione a temi sociali e generazionali con Senza peccato, Generazioni e Generazione Giovani. È come se il suo stile cercasse una forma più incisiva, più aderente alle tensioni del Paese.
La sintesi arriva con Ore 14, dal 2020 su Rai 2, e poi con l’estensione in prima serata. Qui l’elemento chiave sono le inchieste e la cronaca, raccontate con ritmo da studio ma con l’ambizione di non fermarsi alla superficie. I risultati di ascolto, con share spesso sopra l’8% secondo quanto riportato, consolidano il programma come un punto fermo del palinsesto.
Il nodo del demansionamento e la causa vinta: una frattura che lascia il segno
C’è però una piega meno lineare. Dopo il rifiuto di aderire a presunte “liste di proscrizione”, Infante racconta di essere stato oggetto di demansionamento. Ne nasce un contenzioso con l’azienda, concluso con una causa vinta nel 2014, con reintegro e riconoscimenti legali. Al di là dei dettagli, l’episodio è uno spartiacque: mette in evidenza quanto il suo percorso sia stato anche una questione di posizione personale, non solo di carriera.
Il padre Massimo: l’eredità invisibile che spiega molte scelte
Quando si dice che la sua carriera è “segnata” dal padre, non è tanto per scorciatoie o protezioni, quanto per il contrario. L’immagine di Massimo Infante, giornalista duro, severo, sempre esigente, sembra aver lasciato a Milo una specie di bussola: lavorare tanto, esporsi, accettare i costi delle scelte.
E forse è proprio qui il punto: tra tv locale, successo nel daytime, battaglie professionali e ritorno in auge con Ore 14, il filo conduttore non è la comodità. È la determinazione a restare in piedi, anche quando il sorriso non viene spontaneo. Proprio come, a quanto pare, avrebbe preteso suo padre.




