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Un tuffo nell’Arte Africana

Un tuffo nell’Arte Africana con Stella che ce ne parla nel suo nuovo articolo!

Oltre alle solite forme d’arte, quelle di cui si sente parlare tutti i giorni, il mondo è pieno di movimenti artistici minori, o comunque ai quali non si à tanta importanza: uno di questi è l’arte sviluppata in africa.

L’arte Africana, come dice il nome stesso, è l’arte prodotta nel continente africano che si sviluppa dalla nascita dell’uomo fino all’età contemporanea. Anche se molto varia, l’arte Africana, è accomunata da un forte senso religioso. I colori maggiormente utilizzati sono il rosso, simbolo di fecondità e vita, il bianco, simbolo della vita eterna e il nero, simbolo dell’oscurità.  All’inizio del XX secolo molti artisti di avanguardia europei cominciarono a riunire una serie di pezzi artistici africani: essi non volevano studiarne il mito religioso, bensì ne volevano osservare e studiare l’aspetto esteriore e dei piani del volume.

Le figure rappresentate, anche essendo divinità, non sono immagini fantasiose, anzi, esse rappresentano figure reali. I primi ammiratori dell’arte africana furono gli esponenti del movimento fauvista, fu l’ammirazione verso questo stile impedì un rinnovamento plastico nelle forme del nuovo movimento. Anche non volendo, le arti negre, così definite, generarono una serie di rivoluzioni nelle arti plastiche in seguito a tantissime polemiche tra gli esponenti o gli storici dell’arte europea. Una delle innovazioni principali fu quella legata alle soluzioni prospettiche adottate dal Cubismo, in particolare, che volle utilizzare tale soluzione per rappresentare il nuovo senso di tridimensionalità volumetrica, dall’Espressionismo Tedesco, dal Futurismo Italiano e dal Fauvismo Francese. Il primo a riconoscere questo fascino nascosto delle maschere africane fu sicuramente Henri Matisse, seguito da Pablo Picasso che cominciò a frequentare in modo molto frequente le mostre di arte africana. Successivamente anche in Italia la volontà di ridurre le forme a minimi schemi permise un avvicinamento alle arti negre attraverso la sintesi primitiva di sua diretta ispirazione.

La prima forma di arti negre risalgono al neolitico e sono riconducibili alle pitture rupestri. Nel Sahara, le primissime forme, sono quasi esclusivamente incisioni di animali e possono essere divise in due macro culture artistiche: l’arte dei cacciatori e l’arte dei pastori. Successivamente, in Sudafrica, sono state ritrovate pitture più recenti rappresentanti scene di caccia, di danza, di combattimento e di riti religiosi e magici. Tra queste è sicuramente da ricordare la “scena del pascolo dei bovini”, essa raffigura un grande numero di cacciatori di dimensioni minori rispetto a quelle degli animali e aveva funzione di garantire prosperità nel villaggio in cui era situata. Spostandoci alle sculture, invece, quelle più antiche sono sicuramente quelle del villaggio di Nok dove vennero realizzati particolarmente i busti.

 

In questi si osservava la semplificazione, caratteristica di tutta la scrittura negro-africana, in contrasto vengono messo in risalto gli occhi luccicanti, ottenuti mediante l’utilizzo di un miscuglio a base di fango e latte di capra. Fu durante l’etnia Yoruba che le sculture cominciarono ad assumere una forma naturalistica ritrovabile in alcuni busti utilizzati durante le funzioni funerarie e ottenute mediante il conficcare di una testa su un palo successivamente ricoperto di vestiti. Inizialmente si credette che tali sculture derivassero da qualche colonia greca e furono attribuite ad artisti romani o egiziani.

In tutto l’occidente del continente africano, a causa della forte resistenza opposta alla penetrazione dell’islam, nell’arte si mantenne uno stile tribale anche definito personale ed individualistico. Furono i Bidyogo a realizzare delle grandi maschere poste a metà tra il naturalismo e l’astrazione facendo così emergere la presenza di diversi temi, tra questi ricordiamo sicuramente le statue antropomorfe delle divinità, gli originari del Niger, invece, realizzarono la maschera Banda, strettamente legata alla loro situazione sociale; erano infatti sottomessi alla casta dei sacerdoti. Altro tema ricorrente, anche nella stessa maschera, fu la decorazione di tipo zoomorfe, con lo scopo di seminare terrore tra i non aderenti alla loro religione.

La maschera partiva come imitazione di un volto umano successivamente allungato e stilizzato nelle forme e, ancora, decorato e colorato. I Mendi realizzarono delle maschere utilizzate nei riti di iniziazione per le donne, soprattutto all’interno dei riti per la pubertà femminile che indicavano il passaggio della donna in un’età fertile. La loro specializzazione è nella realizzazione di maschere stilizzate fino all’astrazione. Mentre, per quanto riguarda i Senufo mantennero un’organizzazione politica indipendente divisa in tribù. I loro esponenti dell’arte erano quasi venerati dalla popolazione in quanto erano ritenuti gli unici intermediari con le divinità, i tipi di statue realizzate erano principalmente tre: i deblè, utilizzati per i riti della fecondità, i deglè, per le cerimonie funerarie, e i sangongo. Per la produzione di maschere, molto limitata, ricordiamo le rappresentazioni zoomorfe e le figure umane. Molto apprezzati nel mondo occidentale furono sicuramente i Gurò, specializzati nella rifinitura molto accurata degli intagli del legno. Furono loro ad intraprendere la realizzazione delle figure degli antenati successivamente venerate come rappresentazione dei loro defunti.

Fu nel Sahel occidentale che si formarono i grandi imperi convertiti all’islamismo. La religione praticata dalle minoranze era sicuramente quella dell’animismo ortodosso in cui la vita culmina con la tappa che mette in contato uomo e natura. La loro produzione artistica era quella delle maschere che indicano la comunione spirituale, esse hanno le sembianze delle antilopi e sono elaborate quasi in due dimensioni.

Oggi una di queste tribù, i Dogon, abbandonano le moschee. La loro facciata presenta due torri e numerosi pilastri che interrompono la monotonia del muro grazie all’effetto dinamico del chiaroscuro.

I territori che più degli altri ebbero un contatto con l’esterno furono sicuramente quelli del golfo di Guinea e la Nigeria, infatti essi intrapresero un fitto commercio di schiavi e oro che si protrasse fino all’Ottocento. Fu proprio l’oro a costituire una parte importante nell’arte durante la realizzazione di gioielli e armi, in particolare negli elmi. Spuntavano, contemporaneamente, lavoratori del legno che avviano la produzione di nuove statuette con la raffigurazione delle braccia e del tronco in forma conica, a discapito delle bambole portatrici di fertilità. Stupisce la non presenza assoluta delle maschere e, al contempo, la diffusione della scultura in bronzo in miniatura; essa raffigurava esseri umani nelle loro attività quotidiane. Una delle sculture più diffusa è quella raffigurante la “donna che porta suo figlio”, attribuendo allora, alla donna, il ruolo fondamentale di protezione del bambino. La venerazione più diffusa era quella dei gemelli; se uno dei due fosse morto, la madre avrebbe fatto realizzare una sua statua, così da accudirlo come faceva con l’altro e come avrebbe fatto se fosse stato ancora in vita. Nel 1400, con la scoperta della fusione in bronzo, cominciarono anche a diffondersi i bassorilievi raffiguranti individui in abiti europei. Le maschere ritrovate nel sud della regione sono solitamente di colore bianco, a simboleggiare che questo colore era il simbolo della morte e della rinascita in una nuova vita spirituale nell’aldilà. Contemporaneamente, nella stessa regione, si sviluppò un’agricoltura avanzata che sfociò nella nascita di una società gerarchica.

I Fang, nella foresta equatoriale, per il culto degli antenati, erano soliti conservare i crani dei defunti all’interno di alcune casse, erano i manici di queste casse ad avere le sembianze di donne e uomini.

Nell’africa centrale le forme architettoniche più diffuse erano le case rettangolari con i tetti piramidali. A causa della diffusione degli stati feudali erano presenti diverse statue che celebravano i re locali che, anche essendo ritenuti sacri, venivano eletti da un’assemblea che aveva anche la possibilità di destituirli. Furono i Luba ad avviare la produzione di poggiatesta ancora oggi diffusa, facendo così diffondere un senso estetico comune che accomunava tutti gli artisti non rendendo possibile la distinzione tra arte cortigiana e arte popolare. Le relazioni con l’esterno di questi popoli furono sicuramente legate ai navigatori portoghesi che avevano il desiderio di governare in Congo. Non sono presenti molte maschere funerarie, forse legate alla diffusione del cristianesimo e, invece, vennero realizzate diverse statue femminili caratterizzate dalla libertà plastica.

Le popolazioni dell’africa orientale, vivendo di loro spontanea volontà, quasi isolate dal mondo esterno, hanno sviluppato un’arte molto personale. La società diffusa era di tipo matriarcale  che convertiva quasi la donna in un mito (la loro credenza infatti prevedeva prima la creazione della donna, dalla quale nacque qualcosa di simile: l’uomo).

Il materiale preferito era l’ebano dal quale venivano intagliate delle colonne storte con molte figure in posizioni diverse che doveva raffigurare la genealogia della tribù. Allo stesso tempo, in particolare in Madagascar, risultano frequenti i cippi commemorativi realizzati con un naturalismo impressionante.

È davvero un peccato che si parli così poco di quest’arte misteriosa e mistica allo stesso tempo. Io vi invito davvero ad osservare qualcosa in giro, molte di queste statuette sono conservate nei più grandi musei del mondo, tra cui il Louvre.

Stella Mazzone

Curatrice della rubrica "Appuntamento con l'arte"

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