THE DEPARTED – IL BENE E IL MALE

THE DEPARTED – IL BENE E IL MALE è il film che oggi Meg recensisce per la sua rubrica!

THE DEPARTED – IL BENE E IL MALE

THE DEPARTED – IL BENE E IL MALE

Anno 2006 – di Martin Scorsese

Sapete quando avete il connubio perfetto attore-regista che, qualsiasi sia la storia o il personaggio, la pellicola che ne viene fuori è sempre perfetta?

Ecco, il connubio Scorsese-Di Caprio per me rappresenta questo.

Ho deciso di parlarvi di questo film perché ha una delle tematiche tipiche di Scorsese, ma qualsiasi altra produzione del regista con Di Caprio protagonista è altrettanto valida.

La contrapposizione del bene e del male non è solo nei due protagonisti ma in tutta la costruzione della sceneggiatura, che ci trasmette quel senso di distorta e malata appartenenza alla criminalità.

Una strepitosa e assolutamente perfetta combinazione di attori, tutti protagonisti e tutti bravissimi, rendono questo film realisticamente crudo, poiché tratto anche da una storia vera (Eh! Scorsese ce l’ha per vizio dal suo primo cortometraggio degli anni ’60).

Leonardo Di Caprio è straordinariamente bravo nel ruolo del poliziotto infiltrato, proveniente da quella stessa criminalità che decide di sconfiggere arruolandosi in polizia; il suo opposto, Matt Damon, è fastidiosamente perfetto come talpa falsamente devota ai valori di legge.

Su tutti il “burattinaio” Jack Nicholson, più che mai diabolicamente credibile nel ruolo del boss mafioso e per una volta irlandese e non italo-americano.

Ma personalmente mi è piaciuto tanto anche Mark Wahlberg, implacabile detective che incarna totalmente il senso di giustizia e legalità così tipo della realtà americana.

Insomma questo film è un thriller poliziesco con un ritmo molto veloce in cui sistema sociale e sistema criminale si fondono, ma è anche l’affresco di un mondo dove il male trionfa perché il bene è quasi invisibile.

Conclusione:

  • Per un film che non deve mancare per i veri cultori del genere mafia – poliziesco
  • Per un Di Caprio realmente bravo
  • Per un Jack Nicholson più inquietante che in “Shining”