Le donne del Principe splendente

Mara Carlesi ci parla di: Le donne del Principe splendente

“[…] Credo che la massima virtù di una donna sia proprio di far fronte con mansuetudine e tolleranza a tutti i torti che la sorte le riserba.”

[Storia di Genji, Il Principe Splendente – Murasaki trad. Adriana Motti]

 

Murasaki, attraverso il suo monogatari, cioè il suo romanzo, ci descrive il microcosmo della Corte giapponese, soffermandosi con attenzione sulle dame che la popolavano, e su coloro che ne orbitavano attorno, regalandoci un prezioso affresco della condizione femminile dell’ epoca Heian.
La scrittrice ci mostra, capitolo dopo capitolo, l’ incerta posizione sociale delle donne non appartenenti ad importanti famiglie, la loro perenne precarietà, la rassegnazione di dover ricoprire un ruolo imposto loro fin dalla nascita, piegandosi così ai volubili sentimenti maschili.
Per comprendere appieno, però, le dinamiche che governavano la vita delle donne, bisogna analizzare questo periodo storico, che segnò una svolta nella condizione femminile, rendendo quei secoli pieni di contrasti e paradossi, durante i quali la donna godeva di grandi libertà, ma era comunque segregata dietro cortine di legno e paraventi.
L’ epoca Heian (dall’ VIII al XII secolo circa) fu caratterizzata da un forte dualismo tra il complicato cerimoniale di corte, descritto dallo sfarzo delle variopinte vesti e dalle liturgie di stato, ed il tema negativo della dottrina buddhista, che vedeva il mondo come luogo di sofferenza universale.
Durante questi secoli, nei quali la contrapposizione tra le due visioni della corte si faceva sempre più accentuata, si andò ad innescare, forse, un caso unico nella storia: quasi tutti gli autori di quel periodo erano donne, e i pochi uomini si firmavano con nomi al femminile.

La spiegazione sta nel fatto che le donne disponevano di un potente mezzo totalmente al femminile, il kana, la grafia fonetica.
Al contrario degli uomini, che per le scritture pubbliche e religiose, usavano gli ideogrammi cinesi, le donne disponevano della facoltà di tradurre il parlato in scritto. Questo, ovviamente, avveniva solo nei ceti più alti, dove le donne venivano istruite. Purtroppo non abbiamo testimonianze dirette delle donne appartenenti al popolo, anche se non risulta difficile immaginare la loro condizione, costrette ad una vita di privazione nei campi, sfiancate da numerose gravidanze, vessate dagli uomini, poiché senza protezione.
Per conoscere al meglio le donne della Corte, o quelle dei ceti nobili ad essa collegate, dobbiamo conoscere le regole imposte dalla moda, sia per quanto riguarda l’ aspetto fisico che per quanto riguarda il vestiario, poiché anche questi fattori, come ben evidenziato da Murasaki, influenzarono notevolmente.
Le mode erano usate come mezzo manipolatore, infatti le donne si trovavano spesso schiacciate, letteralmente parlando, da queste, per via del peso eccessivo, dovuto alle folte chiome e alle numerose vesti indossate. Andiamo però in ordine, così da mostrare un quadro completo di quello che era considerato il bello al femminile.
L’ aspetto fisico di per sé non viene spesso descritto, anzi, il più delle volte bastava una semplice frase ad evidenziare la bellezza di una donna, usando espressioni come Tsubutsubu to fuetera [E’ robusta e ben in carne] oppure Fukuraka naru hito [ E’ paffuta].
Solo i capelli, dal punto di vista fisico, vengono descritti minuziosamente, tanto che nella Storia di Genji la bellezza della Principessa Ochiba sembra essere tutta celata nella sua folta chioma, talmente lunga da cadere a terra, una volta che questa si metteva in piedi. Quanto più erano lunghi i capelli, infatti, tanto più ne giovava la bellezza della dama, e speso il peso era talmente tanto insostenibile per l’ andatura della dama, che un’ ancella aveva il compito di tenere sollevata la chioma mentre quella camminava, onde permetterle piccoli spostamenti.


Le donne dovevano aver cura della loro pelle, che doveva apparire più bianca possibile, infatti il pallore era associato alla nobiltà e ad una buona nascita, come poi in molti altri paesi. Per aiutare il biancore naturale, veniva usata la cipria, in maniera abbondante, e per far risaltare maggiormente il pallore, era buona norma dipingersi di nero i denti, pratica da compiere diverse volte a settimana, sin da quando la fanciulla compiva gli undici o dodici anni. Questa tradizione passò anche al popolo, andando però a cambiare significato, infatti una donna comune con i denti dipinti di nero significava che ella era sposata.


La moda nel vestiario, poi, rappresentava una vera a propria virtù, quella della grazia interiore. Se si poteva perdonare una bruttezza fisica, nessun uomo dell’ epoca Heian avrebbe mai perdonato un accostamento errato tra vesti. Perciò le donne, per esibire questa loro predisposizione, che doveva apparire naturale, erano solite indossare un intricato gioco di vesti, da quella più pesante, sopra a tutte, per poi continuare con altre undici vesti sotto. Da questa moda nacquero due usanze: l’ oshidashi, che consisteva nel far sporgere le maniche da dietro il paravento o la cortina che celavano la figura della dama, e l’ idashiuchigi, moda secondo la quale l’ orlo della veste superiore era leggermente più corto di quella inferiore, così da mostrare l’ accostamento sia cromatico sia delle stoffe. A queste due mode se ne aggiunse, con il tempo, una terza l’ idashiguruma, l’ usanza di lasciar scendere una manica, formata da diverse sovrapposte, fuori dai carri.
Così le donne erano solite avere capelli lunghissimi, una manica molto più lunga dell’ altra, a seconda del posto occupato nel carro, dodici vesti, dalle gonne inamidate, e tutto posato su corporature piuttosto esili. Non è difficile, quindi, comprendere l’ immobilità di una dama dell’ epoca Heian, anche il minimo movimento era un ballo tra la donna e le sue dame, che aiutavano la loro signora mentre anche loro erano gravate dalle mode vigenti.


Era quindi naturale che le donne fossero solite trascorrere lunghe ore di ozio senza mai muoversi, leggendo o esercitandosi nella calligrafia.
Però, a differenza delle epoche precedenti e di quelle che seguiranno quella Heian, le donne godevano di un’ emancipazione e di una libertà incredibile. Esse potevano ereditare i beni, mobili ed immobili, oltre che essere assolute padrone delle loro dimore, anche dopo il matrimonio, così da essere indipendenti e capaci di sfuggire al controllo del marito e della suocera.
Le donne Heian avevano un valore aggiunto agli occhi degli uomini, tanto che ai figli erano preferite le figlie. Con la politica dei matrimoni, usata in quei secoli, solo la figura femminile poteva elevare il rango della famiglia, ambendo ad un matrimonio con un principe ereditario o con un imperatore, facendo così divenire la famiglia di origine, famiglia del futuro imperatore.

“Anzitutto devi studiare l’ arte della calligrafia. Poi devi imparare a suonare la cetra a sette corde meglio di chiunque altro. Inoltre devi imparare a memoria tutte le poesie dei venti libri del Kokin Shu.”

[Consiglio di Fujiwara no Morotada (918-969) a sua figlia Yoshiko]

Attraverso l’ educazione la dama Heian diveniva pari all’ uomo, anche se erano escluse dagli insegnamenti canonici, compensavano tali mancanza, e la scarsa conoscenza del mondo esterno alla loro casa, attraverso i monogatari, romanzi che permettevano loro di scoprire mondi sconosciuti, poiché solo le dame impegnate a Corte avevano la possibilità di uscire dagli appartamenti privati. Quindi la vita scorreva lenta, dietro ai paraventi che le coprivano agli occhi di tutti.

“I fantasmi e le donne è meglio che rimangano invisibili”


[Shinshaku Nihon Bungako Sosho]

Tale comportamento era considerato come sinonimo di virtù, compiuto con estrema sensibilità, tanto che la donna in questione aveva deciso di non mostrarsi neanche più ai genitori. Quasi sicuramente, era un modo di sottrarsi ai giochi di potere e di invidia che caratterizzavano i rapporti tra i due sessi.
Non si può parlare della condizione femminile in epoca Heian senza analizzare le interazioni personali tra uomini e donne.
Come si evince dalla lettura de Storia di Genji, la poligamia era un fatto più che largamente accettato, questa era considerata la normalità.

“L’ affetto di un marito ha molte più probabilità di serbarsi costante, se a quell’uomo è concesso un certo margine di varietà e svago.”


[Storia di Genji, Il Principe Splendente – Murasaki trad. Adriana Motti]

Murasaki ci mostra, lungo tutto il suo romanzo, le vicissitudini amorose, non solo del protagonista, ma di ogni singolo personaggio.
Per comprendere appieno la mentalità femminile sull’ accettazione della poligamia, bisogna prima capire in che modo ogni dama fosse collocata in una rigida gerarchia sentimentale.
Tre erano i principali tipi di rapporto privato tra uomo e donna.
Vi era il matrimonio con la moglie principale, alla quale, per posizione economica e sociale, era dovuto il massimo rispetto, sia dal marito che dalle altre mogli e concubine. Solo da lei poteva nascere, o essere adottato, il legittimo erede della casata.
Quasi sempre, questo tipo di moglie era stata costretta ad un matrimonio di interesse tra famiglie, e non era raro che ella fosse di diversi anni più grande del compagno, trovandosi a ricoprire più il ruolo di tutrice che di moglie.

“Il marito le sembrava tremendamente giovane: trovava che era sconveniente essere sposata ad un bambino e ne provava vergogna”


[Storia di Genji, Il Principe Splendente – Murasaki trad. Adriana Motti]

La Principessa Aoi ha sedici anni quando viene data in sposa a Genji, di appena dodici anni. La loro storia non si baserà mai né sull’ affetto né sull’ amicizia, ma verrà vissuta da entrambi come una prigionia che li lega.
Venuta a mancare la moglie principale, Genji sposa la Principessa Nyosan, di appena tredici anni, figlia dell’ imperatore e la cui madre era a sua volta figlia di imperatore. Quindi, anche in questo caso abbiamo una moglie principale scelta per questioni politiche e di sostentamento della fanciulla che, una volta che il padre avesse preso i voti, si sarebbe ritrovata senza alcuna protezione da parte di un uomo.
Con il personaggio di Nyosan possiamo, inoltre, spiegare un altro argomento fondamentale di quell’ epoca, oltre che topos letterario Heian per eccellenza, e cioè l’ espiazione della colpa. Ella partorisce un figlio, che però non è di Genji, ma di un suo amante, e quindi decide, dopo aver ottenuto il permesso sia dal marito che dal padre, di prendere i voti. Chiarissimo è il richiamo alla figura di Fujitsubo che, dopo aver tradito l’ imperatore, di cui è la concubina prediletta, con il di lui figlio, Genji, dà alla luce un bambino. L’ imperatore fa di quel figlio il suo naturale erede, ignorando la nascita illegittima del bambino, e così Fujitsubo si trova a vivere in un enorme senso di colpa, vedendo come unica via di fuga, e di purificazione, la vita religiosa, e così anche ella prende i voti, rinunciando per sempre all’ amore di Genji.

Il secondo tipo di rapporto coniugale è il matrimonio con la seconda moglie o il legame con le concubine.
I matrimoni secondari si svolgevano esattamente come quello principale, con il rito de la terza notte, ed erano ufficialmente e socialmente riconosciuti.
I rapporti con le concubine, invece, erano più complicati, poiché divenivano ufficiali solo una volta che queste si erano stabilite a casa dell’ uomo, ma non erano mai irrevocabili al contrario del matrimonio principale.
Quando, però, la concubina veniva fatta stabilire in un’ ala della casa, questa era solitamente esposta all’ astio della moglie principale e della moglie secondaria.
Fu proprio questo tipo di odio, ci racconta Genji nella narrazione del monogatari, ad uccidere sua madre, Kiritsubo, l’ allora concubina prediletta dell’ Imperatore. Tanto la moglie principale del sovrano, Kokiden, odiò la povera dama, che quella si ammalò, morendo lontana dalla corte.
Da questo episodio possiamo capire quanto astio e gelosia dovesse sopportare una donna a quell’ epoca, a meno che non si avesse avuto la fortuna di essere la moglie principale, intoccabile grazie alla potente famiglia alle spalle.
La povera Yuugao ne è un’ altra prova. Genji le dedica troppe attenzioni, sottraendo tempo alle sue altre amanti, e così si scatena lo spirito della Principessa Rokujo, la quale, mossa da gelosia, mentre dorme scatena il suo animo, che staccandosi dal suo corpo raggiunge i due amanti e terrorizza, sino ad uccidere, la giovane.

Oltre ai soprusi, vi era l’ usanza che le mogli adottassero i figli delle concubine, nel caso non ne fossero stati generati all’ interno del matrimonio, adottandoli come loro.

“Cedere la propria figlia alle cure di un’ altra donna era davvero una prova terribile, ma ella continuava a dirsi che per il suo bene bisognava farlo prima o poi quel sacrificio”

[Storia di Genji, Il Principe Splendente – Murasaki trad. Adriana Motti]

Alla luce delle norme ben precise che regolavano la gerarchia femminile, forte delle distinzioni di classe, all’ interno della casa, appare ovvio, e socialmente accettato per i lettori contemporanei a Murasaki, che Genji tolga la figlia alla madre biologica, la dama Akashi, per farla crescere ed educare dalla sua prima concubina Murasaki, essendo ella figlia illegittima di un Principe imperiale e quindi in possesso di doti capaci di aprire un futuro migliore alla figlia, dandole così l’ opportunità di contrarre un vantaggioso matrimonio.

I primi due rapporti interpersonali, tuttavia, non sono realmente significativi dell’ epoca Heian, bensì di quasi tutte le ere precedenti e passate. E’ il terzo quello che andrà a dare un quadro generale di quel periodo, e sempre sul terzo si basa poi il concetto per il quale Genji rappresenta l’ uomo ideale dell’ epoca Heian: il rapporto occasionale.

Mentre per le mogli e le concubine, queste devono essere di un ceto pari o, addirittura, più elevato dell’ uomo, nei rapporti fugaci, di solito, gli uomini sceglievano dame di ceto inferiore, oppure dame di compagnia, senza disdegnare le moglie e le concubine altrui. Come abbiamo visto, Genji si innamorò della concubina prediletta del padre, avendo con lei un’ unica notte, dalla quale generarono un figlio.
Le donne, quelle economicamente indipendenti e con una casa propria, erano solite avere più relazioni, anche in contemporanea, e potevano troncarle senza nessun problema, stando sempre ben attente a non creare scandalo o maldicenze.
Al contrario, invece, alle dame di corte poco importava dare scandalo, loro non venivano additate, anzi, era più facile che fossero derise e creassero pettegolezzi per un errato accostamento di colori, piuttosto che per il loro numero di amanti.
Era raro che una donna altolocata rimanesse sola, soprattutto per via della politica dei matrimoni. Ma ancora più raro era che una fanciulla restasse a lungo vergine, con il pieno consenso della famiglia di questa.

 -– Come mai sua Signoria non cede al desiderio? – disse un’ orrida vecchia strega attraverso un buco dei denti.

-– Credete che sia posseduta da uno di quei terribili Dei di cui parla la gente? –  

– Si –  disse un’ altra – E’ certamente stregata. Qualche spirito maligno deve tenerla in suo possesso –

[Storia di Genji, Il Principe Splendente – Murasaki trad. Adriana Motti]

Era credenza, molto diffusa, che una vergine era più facile preda della possessione da parte di demoni. Questa diceria derivava da un’ altra antica leggenda cinese, secondo la quale gli amplessi erano capaci di portare benefici fisici all’ yin-yang.

Un altro topos letterario, testimoniato da Murasaki nel suo monogatari, è l’inquietudine per il futuro, che veniva ampliata dalla gelosia che prendeva il sopravvento, e faceva sprofondare le donne nell’ angoscia.

“Si rassegnò a sopportare in silenzio la propria gelosia, come tutte le altre donne.”


[Storia di Genji, Il Principe Splendente – Murasaki trad. Adriana Motti]

Quasi tutte le protagoniste della Storia di Genji sono accomunate da un senso di insicurezza e da un’ eterna preoccupazione per il futuro.
Le paure più ricorrenti sono quelle dei pettegolezzi, per il futuro dei figli, che una concubina possa monopolizzare il marito, che i figli delle concubine possano surclassare i figli legittimi, la paura di essere maltrattate dalle altre mogli e così via.
Insomma, quasi tutti i timori dipendono dallo stato di poligamia nel quale queste vivevano, che però era socialmente accettata anche dalle donne. Benché queste erano in grado di intrecciare relazioni extraconiugali, più o meno durature, avevano più occasioni di soffrire di gelosia, che occasioni per consolarsi. Tanto che, il cercare continuamente di reprimere questo sentimento e tali preoccupazioni, le donne erano spinte sul baratro della disperazione, che spesso veniva confusa con la pazzia, emarginandole così, sempre di più, nel loro microcosmo casalingo.

Nonostante l’ emancipazione femminile, che in Giappone ritroveremo solo nel secondo dopo guerra, queste donne, capaci di far giungere sino a noi i loro monogatari, documenti preziosi per comprendere uno stato che si era chiuso in se stesso, furono succubi dei loro stessi sentimenti inespressi, finendo, molte di loro, per fuggire alla vita terrena, riparando nei monasteri, alla ricerca di pace interiore.
Murasaki ci regala un memorabile e meraviglioso spaccato di vita reale, all’ interno di una delle Corti più misteriose ed ovattate della storia, dove dietro paraventi e cortine si apriva un mondo femminile di sublime intelletto caratterizzato da una cultura tutta al femminile.

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