La seconda guerra punica

La seconda guerra punica è l’argomento del nuovo articolo storico scritto da Giacomo Sabbadini.

Quando nel 241 a.C. Cartagine fu sconfitta dai romani nel primo dei conflitti tra questa città e Roma, la sua potenza venne notevolmente ridotta e le condizioni furono durissime, tantoché a Cartagine non rimase nemmeno il denaro per pagare i mercenari mobilitati durante la guerra. Così l’ex città egemone del Mediterraneo Occidentale dovette affrontare numerose rivolte e difficoltà, dalle quali emerse Amilcare Barca, un aristocratico e generale, che proponeva la ripresa di una politica aggressiva verso i romani, facendo leva sullo spirito di rivalsa che serpeggiava tra i ceti elevati della città. Si racconta  addirittura che il generale cartaginese costrinse suo figlio Annibale, quando era soltanto un bambino, a giurare odio eterno verso Roma al cospetto degli dei. Quando Amilcare morì nel 229 a.C. il suo posto venne preso da  Asdrubale, che riuscì a stipulare un accordo con Roma che segnava il confine tra le due potenze al fiume Ebro, in Spagna, riservando quindi ai cartaginesi gran parte della Penisola e disponendo le basi per una ripresa economica.

La seconda guerra punica

Quindi, corso di un decennio, Cartagine rinacque e le premesse del conflitto si facevano sempre più forti con il crescere della determinazione cartaginese a non ridursi ad un ruolo marginale nel Mediterraneo e con la conseguente espansione in Spagna guidata dai Barcidi. Intanto i Romani con interventi limitati cercavano di mantenere la propria egemonia, ma la struttura del governo e gli interessi della classe dirigente

La seconda guerra punica

favorivano la formazione di una politica che tenesse conto dei tempi lunghi, e davano all’azione romana un carattere esteriormente occasionale. Nel 221 morto Asdrubale, il venticinquenne Annibale, il figlio di Amilcare Barca, continuò l’opera del padre, finché nel 219 a.C., ponendo l’assedio a Sagunto, creò il casus belli, poiché in sostanza entrava in una zona di influenza romana. Nel 218 un’ambasciata romana portò l’ultimatum a Cartagine, ma ormai il piano di Annibale era già in atto. Egli voleva cogliere di sorpresa i Romani, guidando le sue truppe attraverso le Alpi, non intendendo distruggere Roma, infatti non disponeva di forze sufficienti. Annibale probabilmente sperava che una gran parte degli alleati romani si sarebbero staccati dalla città egemone, ridimensionandone il ruolo in Italia e quindi riducendola a proporzioni accettabili e meno pericolose. I presupposti del piano dovevano essere quelli di un’azione rapida che gli permettesse di trattare da posizioni di forza. Un’iscrizione lasciata da Annibale nel tempio di Era Lacinia nel 203., ci informa che al suo ingresso in Italia, dopo la traversata delle Alpi, il cartaginese disponeva di ventimila fanti e seimila cavalieri mentre gli elefanti erano stati annientati quasi tutti dal freddo.  A queste andavano ad aggiungersi i soldati in Spagna, per un totale di quasi settantamila uomini. La prima mossa romana fu quella di tentare di fermare Annibale nelle Gallie meridionali, e per questo Publio Scipione nel 218 si imbarcò a Pisa per raggiungere il Rodano, dove contava sull’aiuto della città di Marsiglia. Ma Annibale con una marcia rapidissima in soli sei giorni passò dai Pirenei al Rodano, prevenendo i Romani e chiarendo che avrebbe combattuto in Italia. Nei primi mesi in Italia Annibale sconfisse Scipione al Ticino e al Trebbia, e subito nuovi contingenti celtici andarono ad ingrossare le sue fila. Con la sua presenza Annibale aveva in sostanza annullato le precedenti conquiste romane del 225-222. In primavera Annibale si diresse dall’Etruria verso il centro-Italia, dove sconfisse il console Flaminio presso il lago Trasimeno, sorprendendolo alle spalle e uccidendo lui e venticinquemila uomini.  Successivamente a questa sconfitta Quinto Fabio Massimo detto Cunctator (temporeggiatore) fu eletto dittatore e il suo piano consisteva nel rinunciare ad una battaglia diretta puntando ad un lento logoramento delle forze annibaliche, attraverso una tattica di attesa. Tale strategia avrebbe avuto successo se i Cartaginesi non avessero ricevuto troppi rinforzi e la coalizione italica avesse retto.

Intanto Roma veniva presa dall’isteria e per fermento popolare venne elettomagister equitum Minucio Rufo, che però incautamente venne sconfitto da Annibale e Roma si salvò solo grazie a Fabio Massimo.

La seconda guerra punica

Nel 216 i  due consoli Lucio Emilio Paolo e Terenzio Varrone furono sconfitti a Canne con tutto l’esercito, il 2 agosto; Emilio Paolo perse la vita. Annibale si dimostrava così troppo forte come generale per la maggior parte dei comandanti romani e in 15 anni in Italia non fu mai sconfitto in battaglia. Tuttavia Annibale rese evidenti i limiti delle sue vittorie quando rinunciò a marciare su Roma, poiché la città, che era difesa da mura solidissime, non poteva essere presa. Intanto i due Scipioni in Spagna erano riusciti a passare l’Ebro e a impegnare Asdrubale, fratello di Annibale, ma in Italia quest’ultimo si alleava con Filippo di Macedonia e nel 212 conquistava Taranto. Mentre i romani cercavano di impedire a Filippo l’uso della flotta imponendo un blocco navale, nell’Urbe Fabio Massimo era riuscito a imporre la sua strategia e a trasmettere fiducia alla popolazione e all’esercito, assieme al suo nuovo collega Claudio Marcello. Quest’ultimo era un ottimo generale e nel 211 riuscì a prendere Capua e Siracusa, ingaggiando con Annibale solo piccole scaramucce volte ad indebolirlo, mentre gli Scipioni continuavano a vincere in Spagna. Il genio militare di Annibale ora non era più sufficiente a vincere la guerra così come si era impostata e dal 210 la sua fu una guerra di sopravvivenza, ormai ridotto a controllare solo il Bruzio e quindi privo di libertà di movimento. Nel 212 i Cartaginesi si erano alleati con Siface, ma i Romani sfruttarono il suo rivale Massinissa per tenere occupato quel fronte. Intanto in Spagna i due Scipioni erano stati sconfitti e uccisi, allora nel 210 fu eletto proconsole il figlio ancora venticinquenne di uno di essi: Publio Cornelio Scipione. Egli in soli 4 anni scacciò i Cartaginesi dalla Spagna e, una volta tornato a Roma, impose il suo punto di vista strategico e la volontà di sbarcare in Africa. Ormai dopo la sconfitta di Asdrubale sul Metauro del 207, Annibale si trovava solo e senza rinforzi, ma ancora a capo di una valida armata a lui fedele. Scipione nel 204 Scipione sbarcò in Africa mentre il generale cartaginese si trovava ancora nel Bruzio, costringendolo l’anno dopo  a rientrare in Africa. I due generali si affrontarono ai Campi Magni, dove Scipione vinse uno scontro determinante, costringendo i Cartaginesi alla resa e determinando la fine del loro impero. Ma perché la minaccia finisse era necessario un ultimo scontro tra Scipione e Annibale ( che si trovava ancora a capo di una ragguardevole armata). I due, dopo un tentativo di colloquio per la pace da parte di Annibale, ma  stroncato dalla sicurezza di Scipione, si affrontarono nell’ottobre del 202 presso Zama, in Libia, dove Annibale subì la sua prima sconfitta in battaglia campale. Roma era ormai salva e Scipione poté celebrare  il suo meritato trionfo.

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