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Follia: la normalità che non riusciamo a contestualizzare

Follia: la normalità che non riusciamo a contestualizzare è un articolo scritto dalla psicologa Maggie

Qual’è confine tra la follia e la normalità? Lo si chiede spesso: la risposta ha la funzione di eliminare la paura dell’incertezza, dell’indefinito, quel timore di poter un giorno valicare la soglia e trovarsi coi piedi sul ciglio del burrone a guardare verso il vuoto. 

Prima di rispondere a questa domanda è necessario stabilire cosa intendiamo per follia e per  normalità. Ci possono aiutare le parole di Umberto Eco: “La normalità è solo una questione di consenso”. 

Possiamo definire normale tutto quello che suscita l’approvazione della maggior parte delle persone: ciò che è prevedibile, conosciuto, ciò che rientra nella nostra quotidianità e nelle nostre aspettative. Al contrario, è anormale tutto ciò che si colloca al di là dell’atteso. Ciò che non rientra nella norma viene considerato folle. Letteralmente folle significa “mancanza di senno”, di ragione.

Normale e anormale non sono concetti rigidi ma cambiano nel tempo e nel luogo. Usi, costumi, abitudini possono essere normali in una cultura ma inaccettabili in un’altra; ciò che oggi è consuetudine, un tempo era irragionevole: ad esempio fino a non molti anni fa per una donna mostrare la caviglia era uno scandalo. Alcuni comportamenti accettati in un contesto, sono considerati folli al di fuori di esso; pensiamo ad esempio un militare: quando è in guerra ed uccide può addirittura essere premiato, se uccide fuori da tale contesto è definito assassino. 

Lo stesso vale per il concetto di follia. Se un tempo la follia era considerata “il tocco del demonio” , con il passare degli anni si è venuta a configurare come malattia, come patologia che necessita di cure ed interventi specialistici. Ciò che rimane stabile è invece la sua funzione. Ovunque e in qualunque luogo, individuare, etichettare e “marginalizzare” comportamenti e persone “devianti”, cioè che si discostano dalla norma, ha un’importante funzione: quella di mantenere l’ordine sociale. 

Essendo quello di normalità e follia concetti flessibili e mutabili ne consegue che non esiste una separazione netta tra normalità e follia. Esse sono i due estremi di un continnum all’interno del quale ci muoviamo. Per lo più ci muoviamo continuamente in un range collocato verso il centro. Molto raro trovarsi agli estremi, così come i passaggi da un opposto all’altro. 

Follia: la normalità che non riusciamo a contestualizzare

Quindi ciascuno di noi può trovarsi in “piccola momenti di follia” ad esempio a causa di una sofferenza o di un momento particolarmente stressante. (“La follia mi fa visita almeno due volte al giorno”- Ada Merini-). Se la permanenza dei comportamenti è prolungata nel tempo, si va verso la costruzione di un disturbo mentale. 

Facciamo un esempio. Comportamenti di controllo rigido e puntigliosità, tipici di alcune persone,  possono essere “normali” se applicati ad esempio al contesto lavorativo o al mantenimento di una  equilibrata organizzazione familiare e personale. Divengono patologici nel momento in cui la persona non può più fare a meno di ripetere i rituali di controllo, che diventano agli occhi esterni irragionevoli, influendo negativamente sulla quotidianità. Se essi sono protratti nel tempo, diffusi in tutte le aree di vita e divengono la modalità principale di relazione con il mondo esterno, si struttura un vero e proprio disturbo di personalità. 

Follia: la normalità che non riusciamo a contestualizzare

Da cosa dipendono queste fluttuazioni? Diversi sono gli elementi che interagisco ed entrano in gioco nel nostro spostarci lungo il continuum: i fattori ambientali, eventi stressanti, il substrato genetico, le prime esperienze di vita, le risorse interne dell’individuo. 

Che atteggiamento adottare quindi di fronte a ciò che consideriamo folle, insensato, inaccettabile? Innanzitutto ricordandoci che follia e normalità non solo caratteristiche interne all’individuo… che dietro ad ogni comportamento c’è una motivazione, un punto di vista, un percorso, una realtà alla quale forse noi non abbiamo accesso….Perchè come ben sapeva Nietzesche….  “Coloro che furono visti danzare vennero considerati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica”. 

Maggie Longhi

Sono una psicologa ad indirizzo strategico da sempre appassionata di lettura, scrittura e con un  profonda passione per l'osservazione del comportamento umano e del cambiamento

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