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Edvard Munch

Per l’appuntamento con l’arte oggi Stella ci parla di Edvard Munch.

Edvard Munch è il secondo di cinque figli che nasce in Norvegia. La sua famiglia si trasferisce nell’odierna Oslo, quando il padre viene impiegato come medico. Sin dalla fanciullezza Edvard fu provato da diverse disgrazie familiari; ricordiamo ad esempio la morte della madre e della sorella maggiore, con la quale, per altro, strinse un rapporto di grande affetto, per tubercolosi. Fu dopo questo tragico evento che il giovane, sotto la guida del padre e della zia, cominciò ad interessarsi all’arte disegnando, principalmente, per noia.

Gli eventi tragici non si fermarono con la morte delle due figure femminili molto care al nostro, bensì molto presto anche il padre cadde vittima di una sindrome maniaca-depressiva e un’altra sorella ebbe diversi momenti di pazzia: furono questi tragici eventi che lo influenzarono maggiormente, fu in questo periodo che egli assunse quella visione malinconica e macabra del mondo che lo renderà celebre successivamente.

La paga che il padre continuava a percepire era molto bassa e non garantiva altro alla famiglia se non i beni di prima necessità, facendola sempre permanere in uno stato di perenne povertà. È proprio questa povertà che viene rappresentata nei primi disegni di Edvard mediante la raffigurazione delle stanze interne degli appartamenti degradati dove aveva vissuto.

La familiarità con il disegno di prospettiva fu acquisita dal giovane Munch quando intraprese gli studi di ingegneria in un istituto tecnico dove ottenne ottimi risultati, ma non apprezzò l’ambiente scolastico.

Fu il padre a rendersi conto della sua inadeguatezza all’istituto che stava frequentando e la sua volontà di intraprendere gli studi artistici. In un primo momento cercò di distoglierlo da questa passione, ma successivamente gli permise di iscriversi alla scuola di disegno di Oslo e successivamente alla scuola d’Arte e Mestieri, dove seguì le lezioni di Middelthun, uno scultore, e di Krohg, un’artista.

Fu da queste influenze che Munch realizzò le sue prime opere d’arte tra cui ricordiamo sicuramente un autoritratto, un ritratto del padre e una raffigurazione di Jensen-Hjell, quest’ultima definita dalla critica una parodia dell’arte, in quanto impressionismo portato all’estremo. È agli stessi anni che risalgono alcuni nudi, forse sequestrati dal padre, in quanto oggi sono reperibili solo in bozza.

Molte delle sue prime opere ricordano molto quelle di Monet, non a caso il periodo di frequentazione della scuola d’Arte e Mestieri è segnata dall’influenza di diverse correnti, tra le quali ricordiamo sicuramente il naturalismo e l’impressionismo. Intraprendendo contatti con il circolo bohemien che esortava “scrivi la tua vita”, ritrovò la volontà di raccontarsi in modo autobiografico per mezzo della pittura e di un diario dell’anima che lo aiutò nella riflessione e nella crescita personale. Questo fu un periodo di svolta per la produzione artistica del giovane, infatti risale a questo periodo “La fanciulla malata”, opera con dei chiari riferimenti alla malattia della sorella maggiore, e diverse “tele dell’anima”, opere che manifestano una netta rottura con l’impressionismo. Tale rottura fu accolta in modo sgradito sia dalla critica che dalla famiglia, l’unico a difenderlo fu un suo vecchio insegnante. Cominciò a ricercare, allora, il realismo nelle tele, è il caso di “Inger sulla spiaggia”, raffigurante la sorella, così costruendo lentamente il proprio stile nascondendo dietro la realtà uno stato d’animo. Grazie alla sua capacità tecnica dimostrata durante una mostra nel 1889 vinse una borsa di studio che lo portò a studiare  a Parigi sotto la guida di Bonnat.

 Fu nello stesso anno della vincita della borsa di studio che Edvard si recò a Parigi, era l’anno dell’Expo e nel padiglione dedicato alla Norvegia, si scelse di esporre un suo quadro “Il mattino”. Qui approfondì lo studio del nudo artistico nell’atelier di Bonnat, durante le mattinate, e i pomeriggi li trascorreva nei musei più prestigiosi della città, ma molto presso l’arte del suo maestro lo annoiò.

Essendo uno degli allievi più dotati si trasferì sulla Senna, a Sanit-Cloud, dove, dalle finestre del suo alloggio poté osservare il movimento delle barche e della luce. Fu questo scenario soggetto di molti suoi quadri, e lo riavvicinò anche allo scenario impressionista, dal quale fu molto affascinato durante le sue visite a diverse mostre. Tra questi i suoi preferiti erano sicuramente Gauguin, del quale ammirò la reazione al realismo e la sua volontà di distaccarsi da questo in quanto l’arte era prodotta dall’uomo e non dalla natura, Van Gogh e Lautrec, accomunati per la volontà di utilizzare il colore per trasmettere emozioni.

Fu a Parigi che apprese della morte del Padre, ciò gli provocò un profondo stato di afflizione nonostante il loro rapporto non fosse dei migliori. Questo lutto unito ai precedenti lo portò ad affermare di vivere con la morte e a chiedersi se non fosse meglio morire. Tali stati d’animo emergono nell’opera “Notte a Saint-Cloud” dove rappresenta se stesso nelle vesti del padre morto. L’osservatore scorge a fatica l’uomo nella penombra che è circondato da alcune simbologie occulte, come ad esempio la croce proiettata a terra.

Dopo aver apprezzato in Francia le avanguardie francesi, in particolare le opere di Gauguin e il suo utilizzo dei colori, Munch realizzò “Malinconia”, opera distaccata completamente dal naturalismo e dall’impressionismo degli esordi, essa fu anche indicata come prima tela del sintetismo Norvegese da un critico. Fu dopo questa critica che l’artista divenne conosciuto anche in Germania dove fu invitato ad esibirsi.

La sua esposizione però accrebbe gli scontri tra tradizionalisti e artisti tendenti agli influssi del naturalismo francese, già presente in quella terra. Nonostante lo scandalo generato dalla mostra, che comunque divertì l’artista, molti artisti furono influenzati da Munch, fu qui, a Berlino, che cominciò a prendere forma il progetto “Il Fregio della vita”, progetto secondo cui le opere erano tessere di un’unica grande opera.

Molti quadri furono dipinti qui a Berlino, tra questi ricordiamo “Morte nella stanza della malata” dove ancora una volta è sottolineato il tema della scomparsa della sorella, riflesso, però, sulla famiglia e sulla sua reazione al dolore: essi sono rappresentati distanti e non uniti. Fu sempre Berlino il luogo di nascita del suo capolavoro per eccellenza: “L’urlo”.

Edvard Munch

Il più celebre dipinto di Edvard Munch è ispirato ad una mummia ritrovata in Perù, esso vuole trasmetterci lo spirito stesso dell’artista già attraverso il titolo. L’uomo urlante, soggetto del quadro, è realizzato attraverso un massimo utilizzo della tecnica da parte di Munch. L’urlo, in sé trasmette allo spettatore, e attraverso la sua sonorità deforma il paesaggio formato da un cielo di sfumature rosse e da un mare nero. L’angoscia, vero soggetto della tela, viene amplificata mediante il posizionamento di due uomini che ignorano completamente il fatto centrale, anche la loro posizione laterale vuole aumentare questo senso di non curanza, facendo trasparire l’idea della falsità dei rapporti umani.       

Fu nella mostra del 1983 a Berlino che ebbe inizio “Il Fregio della vita”, progetto nel quale Munch vuole esplorare attraverso il suo impeto i temi di amore, vita, paura e morte. Da sempre l’arte per Munch era stata intesa come mezzo per osservarsi internamente e fu questo che, nei primi anni novanta, lo aveva già portato a riunire tutte le sue opere sotto un progetto unitario, in modo da esprimere un parere unico sulla pittura.

Di questo ciclo fa parte “Il Monte calvario” dominato dalla figura di Cristo in croce, nel quale l’artista si ritrova per sottolineare le disgrazie che hanno segnato la propria vita, e dalla folla. Altra tela che ritroviamo nel ciclo è “Sera sul Viale”, qui il tema de “L’urlo” viene quasi ribaltato, infatti cki viene rappresentato un corteo di uomini borghesi con gli occhi sbarrati, esso vuole essere una trasformazione di qualcosa di piacevole, come una passeggiata, in un qualcosa di lugubre e spettrale, così sa trasmettere ancora una volta il suo ideale verso la borghesia, vista come umanità vuota e priva di sentimenti. In quest’opera è possibile ritrovarci il pensiero dei drammaturghi Isben e Strindberg che ripudiavano l’alienamento dell’uomo moderno, e anticipa il tema dei morti viventi, esseri mostruosi animati solo da uno stato di vita apparente.

Molti manifestarono il disappunto verso tale ciclo in quanto metteva in dubbio le istanze del tempo, ma contemporaneamente non mancarono gli ammiratori che apprezzavano il voler trasmettere il terrore attraverso il colore e una combinazione di segni da parte di Edvard.

A causa della sua dipendenza dall’alcool le sue condizioni di vita si aggravarono nel 1908. Entrò, infatti, in una clinica, a causa del sentirsi perseguitato e delle devastanti allucinazioni che lo tormentavano. In questo modo la sua salute, mentale e fisica, migliorò e in nove mesi poté tornare in Norvegia dove le sue opere si tinsero di colori più allegri e lasciarono andare il solito pessimismo. Il suo umore fu anche aiutato da successo ricevuto a causa del suo talento finalmente riconosciuto e dal fatto che vendette diversi dipinti.

 Fu un periodo di massimo splendore per l’uomo che seguì anche il consiglio di frequentare solo buone amicizie per non ricadere nelle sue crisi nervose, egli cominciò anche a provvedere alla sua famiglia attraverso la vendita delle sue opere e alla collocazione delle stesse in degne proprietà.

Gli ultimi anni della sua vita furono trascorsi in una delle sue proprietà, ed è proprio questa che viene esaltata nelle sue ultime opere e il suo cavallo Rousseau. Attirò anche attorno a sé un gruppo di fanciulle che ritrasse in diversi nudi artistici, non si esclude che l’artista abbia intrapreso anche relazioni con alcune di loro. Fu questo il periodo in cui Munch si cimentò anche nella pittura murale decorando una delle sale della fabbrica di cioccolato ad Oslo.

Nonostante le innovative attività le sue energie erano esaurite e ciò trapelava perfettamente da una serie di sui autoritratti. Successivamente la propaganda nazionalistica non apprezzò l’opera di Munch, definendola degenerata, come quelle di Picasso, Klee, Matisse e Gauguin. Munch ne soffrì terribilmente e ciò, aggiunto alla paura per l’occupazione nazista della Norvegia, lo portò alla morte ad 80 anni, il 23 gennaio 1944.

Eccoci giunti alla fine di questo nostro viaggio nell’arte di Munch, noto per il suo “urlo” in tutto il mondo. Vi auguro una buona giornata e spero l’articolo sia stato di vostro gradimento. Alla prossima!

Stella Mazzone

Curatrice della rubrica "Appuntamento con l'arte"

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